LifeSenza categoriaLA BELLEZZA E' REALE O E' PERCEPITA? - Elisa Renaldin

8 luglio 2019by Elisa Renaldin

Ma ‘ndo sta tutta ‘sta bellezza?

Molte scuole di crescita, di evoluzione e di risveglio, pongono l’attenzione sul fatto di riuscire a vedere la Bellezza. E’ impossibile vederla fino a quando gli occhi sono coperti da uno strato di pensieri e interpretazioni che scaturiscono dall’ego. L’unico modo per iniziare a vedere la Bellezza, a partire da ciò che ci circonda, è levare questo strato di presunzioni mentali, per cui tutto ciò che si vede intorno è brutto, è sbagliato, negativo, da cambiare. E’ un allenamento costante, e non sta tanto nello sforzo di vedere qualcosa di bello – perché sarebbe comunque un’operazione mentale – quanto nell’abbandonare tutti i preconcetti, le interpretazioni e i pregiudizi che impediscono di vedere il Bello dove c’è. Tutto questo è connesso anche con la Gratitudine, che non si manifesta nello sforzo o nel dovere di ringraziare qualcosa o qualcuno con la mente o a parole, ma si realizza come un Sentimento. La gratitudine è un sentimento che scaturisce in maniera spontanea, nel momento in cui si è pervasi da un’emozione di un certo tipo, da una certa qualità energetica. Quindi la visione e l’apprezzamento della bellezza e la gratitudine sono strettamente collegati, perché derivano da una pulizia interiore decisa, che leva via gli ostacoli che permettono di vedere e percepire più ampiamente. Questo è il lavoro base, e parte dal vedere esternamente qualcosa di bello, come per esempio imparare ad apprezzare i dettagli, creare quello spazio e quel silenzio interiore per cui entrano informazioni, messaggi, input, visioni di cose anche piccole e semplici che ci portano a percepire il bello o a ringraziare. In questo stato possono arrivare dei messaggi per noi dalla Vita, dall’Universo, se solo lasciamo spazio e facciamo silenzio interiormente.

Dall’esterno all’interno di noi

Nel momento in cui ci abituiamo a vedere che all’esterno la realtà è bella per quello che è, e ha il suo senso, ha la sua ragione di essere, possiamo iniziare a traslare questa visione e percezione verso l’interno, cioè verso di noi, e anziché continuare a vedere brutture, difetti, cose che non vanno bene, cose che vanno cambiate, che non ci piacciono, che ci recriminiamo continuamente, possiamo iniziare a vedere invece che c’è qualcosa di bello per cui ringraziare, e che noi siamo degli esseri belli, dotati di qualità e di bellezza, ricchi di qualcosa che va apprezzato e amato. Questo è fondamentale anche per costruire delle relazioni sane con chiunque, che siano amici, parenti o partner, o anche estranei. Nel momento in cui io riesco a percepire il mio valore, la mia bellezza, la mia ricchezza… in sostanza, nel momento in cui io mi vedo, mi vedo totalmente e pienamente, in tutte le qualità che mi riconosco, non ho più bisogno di essere visto dall’altro, ed è il momento in cui paradossalmente inizio ad essere visto.

Molto spesso capita, nelle relazioni, che si vada cercando qualcuno che finalmente ci veda, ci riconosca e ci attesti le nostre qualità, quando noi non siamo in grado di farlo, il che significa: se l’altro non mi vede, io non mi vedo; se l’altro non mi vede, io non esisto. Se noi invece impariamo a vederci, percepirci, sentirci e apprezzarci, non abbiamo bisogno che qualcuno lo faccia, e iniziamo a coltivare amorevole apprezzamento per noi stessi. La famosa autostima, l’amor proprio, nascono da questo. Quando non abbiamo più bisogno di elemosinare queste conferme, iniziamo a fare selezione di rapporti: amicizie, relazioni affettive, d’amore e lavorative. Relazioni che ritenevamo importanti, a un certo punto non lo sono più, perché decade la loro funzione di attestazione di valore e di bellezza nei nostri confronti. Ci accorgiamo che non abbiamo bisogno che qualcun altro ci confermi delle cose che possiamo benissimo percepire da soli, ma solo in quel momento, quando noi non abbiamo più un bisogno da parte dell’esterno – quindi lo soddisfiamo da noi interiormente – si possono aprire lo spazio e la possibilità di un incontro diverso, in cui il riconoscimento avviene realmente da parte dell’altro, come conseguenza del nostro auto-riconoscimento. Sperimentandolo, se ne ricava una percezione molto precisa, è una sensazione netta, è un po’ come sentirsi pieni anche in solitudine, accompagnati da se stessi, godendo della compagnia di se stessi, senza avvertire vuoti, carenze o mancanze, senza avvertire l’assenza di niente e di nessuno.

Da soli a vita?

Questo non esclude il fatto di continuare a desiderare la presenza di un partner, o di apprezzare il fatto che qualcuno entri nella nostra vita arricchendola. Ma, appunto, stiamo parlando di un arricchimento, non di un riempimento di vuoti. Detta in altri termini, se arriva qualcuno è “grasso che cola”, è un di più, non un soddisfacimento di mancanze e carenze, perché è così che funzionano le relazioni nella maggior parte dei casi. Io do a te ciò che ti manca e tu dai a ma ciò che mi manca. Ciò non toglie che ci si possa reciprocamente arricchire e implementare, e finché stiamo parlando di qualità, va bene. Se sulla mia scala di crescita da 0 a 10 sono a 8, e voglio implementare le altre due qualità, e le trovo nell’altro, egli mi può aiutare a integrarle. Il problema è che quando siamo a livello 4 – quindi nemmeno abbiamo la sufficienza delle qualità che ci servono per sentirci completi – non possiamo sperare che sia l’altro a fare il lavoro per noi. La relazione, più che un completamento, è un’addizione, è un di più, è una sovrabbondanza di elementi. Non si tratta quindi di arrivare alla sufficienza (anche perché in queste dinamiche di coppia si oscilla sempre tra il 5+ e il 6–) poiché il partner non ha la facoltà divina di darci ciò che non abbiamo.

L’altro può vedere qualcosa che noi stessi non siamo in grado di vedere? Sì, può succedere in minima parte, e in quel caso egli funge da “cerotto” sulla nostra ferita sanguinante. A volte le relazioni ci salvano letteralmente la vita, e qualcuno che entra nella nostra realtà può fermare la nostra emorragia con la sua presenza, come un benefico cerotto. Ma il taglio è sulla nostra pelle, e per rimarginarlo sono necessari i nostri anticorpi, che produciamo noi internamente. Quelli non ce li può fornire proprio nessuno. Se anche facciamo una cura per rinforzare il nostro sistema immunitario (e spesso le amicizie hanno questa funzione), sta comunque a noi l’atto di auto-guarirci producendo i nostri salvifici anticorpi. Le relazioni d’amore servono anche a darci quella spinta per il cambiamento, e servono a farci vedere che cosa manca, ciò di cui abbiamo bisogno. L’altro ci getta perfino nel conflitto, ci butta davanti a noi stessi, come di fronte a un impietoso specchio, e lì possiamo vedere dove migliorare, ma è tutto lavoro nostro: l’altro ci fa solo vedere, ci mostra nudi di fronte a noi stessi. Quando la relazione ha finito il suo scopo, può darsi che si concluda, e a quel punto riprendiamo le fila da dove eravamo rimasti, con noi stessi, e mettiamo a posto i pezzettini di noi che la relazione ci ha aiutato a vedere e di cui dovevamo prendere coscienza. La relazione seguente, se abbiamo lavorato bene, partirà dal livello successivo: riprendo da dove mi ero fermato. Se invece si ripetono sempre le stesse dinamiche, sempre gli stessi giochi di potere, sempre le stesse sofferenze e difficoltà, allora forse non abbiamo lavorato abbastanza con precisione, e quindi ci si ripropone nuovamente un modello, una storia, una dinamica, un’altra relazione che ci pone di fronte ancora alle stesse tematiche. Questo è un parametro piuttosto preciso per vedere a che punto siamo.

Mi sento vuoto o pieno?

Al di là dell’avere o meno una relazione, se la sentiamo profondamente mancante nella nostra vita, è un indizio del fatto che ci manca qualcosa dentro. Nel momento in cui nella mia vita mi sento realizzata perché so chi sono, sto implementando le mie qualità, sto imparando a vedere i miei lati belli, sto iniziando ad apprezzarmi, ho dei rapporti di valore e dei progetti, dei desideri o qualcosa che mi appassiona, e conosco la gioia di essere ciò che Sono, potrei già ritenermi completa. La vita ci impone di scoprirla nell’avventura, nell’incertezza, nel cambiamento, in una continua modifica dei fattori del gioco. La vita non è statica. Quindi noi siamo degli esploratori della vita, e se ci riscoprissimo veramente così, saremmo appassionati, aperti e curiosi, e staremmo sempre in giro a cercare indizi e informazioni dalla vita e dall’universo, che possono arrivare da ovunque e da chiunque: da un oggetto, da un elemento della natura, da una frase letta o sentita, da qualcosa che vediamo, da una percezione che abbiamo, da un pensiero che arriva, da un sentimento…c’è tanto da percepire, nell’universo. Perciò abbiamo già un gran lavoro da fare con noi stessi e su noi stessi! Ci possiamo impegnare per trovare i nostri obiettivi reali, aderire al nostro progetto di vita autentico, far combaciare l’anima con l’ego…c’è tantissimo da fare! Chiaramente, in un contesto del genere, una relazione sentimentale è un arricchimento, ed è anche più impegnativa, ci dà del lavoro da fare in più, ci distrae un po’ da noi stessi per portarci in parte sull’altro: è un altro tipo di impegno. E’ una crescita e chiaramente non si può vivere scansando le relazioni perché sono impegnative (e questo è l’altro risvolto della medaglia, l’altra grande paura): ci servono a crescere e a maturare, ovviamente. Se viste così, adempiono al loro scopo, altrimenti diventano o un riempitivo di qualcosa che non si riempirà mai, o un fastidio da evitare perché ci impongono di uscire dal nostro individualismo e dalla zona di comfort.

Che scopo ha una relazione?

Il desiderio di avere una relazione, a mio avviso, dovrebbe risiedere nel desiderio di avere un progetto di vita comune, di crescere insieme, di aiutarsi reciprocamente anche a vedere gli aspetti più belli che abbiamo: l’altro rimane uno specchio ma anziché portare allo scontro, porta al confronto. Lì si fa quel salto di qualità e si conosce la differenza tra una relazione conflittuale e una relazione illuminata, che ci permette cioè di crescere nell’amore. Ciò è possibile quando noi abbiamo individualmente visto ciò che andava visto, le nostre dinamiche ce le siamo già smazzate, o almeno ci abbiamo messo mano, e l’altro è un aiutante, un amico oltre che un partner, un sostenitore, un socio, un compagno nel gioco della vita. Ognuno si prende lo spazio e il tempo per continuare a percepire i messaggi che la vita gli dà: la relazione non diventa univoca, chiusa e soffocante per cui “io e te soli contro il resto del mondo” (così ci si inchioda al punto di partenza e non ci si muove più). Bisogni, gelosie e dipendenze affettive impediscono di avere degli spazi di libertà e di espressione, mentre due persone adulte che si confrontano, due persone “normali” – cioè non costruite – vere, vive, che esplorano la vita con semplicità, sincerità e verità, possono esplorare anche la relazione con le stesse qualità: con apertura, sincerità e verità. In un tale contesto i problemi si comprendono e si risolvono, se ci sono, e diventano uno strumento evolutivo.

Da dove cominciare?

Per tornare all’inizio del nostro discorso: prima di raggiungere tutto ciò, abbiamo l’esigenza assoluta di diventare dei ricercatori di bellezza, dei visionari di noi stessi, puntare alla versione migliore di noi e imparare a vedere cosa c’è di bello in noi, che cosa si può ampliare ancora di più in noi, avendo il piacere della relazione con noi stessi, la gioia del rapportarci a noi stessi e alla nostra interiorità. Si tratta di avere molta, molta cura del nostro mondo interiore, di che tipo di pensieri produciamo, di che tipo di sentimenti emaniamo, da quali vibrazioni siamo permeati. Perché alla fin fine, c’è il rischio che non conti un tubo cosa abbiamo fatto in teoria: il corso, lo stage, il seminario, la lettura, la meditazione trascendentale, lo yoga, il tantra e via dicendo. Sono strumenti che possono aprire ad una comprensione del fatto che c’è dell’altro, ma poi se non si concretizza giorno per giorno, se non si fa un “lavoro su di sé” costante, si rimane sempre lì. Si acquisiscono delle conoscenze mentali e basta, senza passare all’atto pratico. L’obiettivo finale è diventare una persona viva e vera, gioiosa, con delle vibrazioni alte, che ama se stessa, ama la vita, e ha la capacità di realizzare i suoi desideri. Ho detto poco? Sappiate che molti percorsi non portano a questo, perché offrono solo un palliativo al dolore e alla sofferenza. In certe fasi della vita va bene, serve, è perfino indispensabile, ma ad un certo punto, mi spiace, bisogna mettere le mani nel letame. Quell’accumulo di escrementi va visto, e solo noi lo possiamo levare, e non succede in un workshop di due giorni, se non ci siamo mai decisi prima a metterci mano. Quando, con costanza instancabile, ho fatto pulizia, allora inizierò ad aprirmi e a vedere anche tutta la meraviglia che c’è in me. Ma prima di andare a cercare fuori, l’altro, altrove…io devo cercare dentro. Una volta fatto questo tipo di pulizia/lavoro/indagine, una volta iniziato a vedere la bellezza dentro, a trovare le qualità dentro, l’amore dentro, con un totale, pieno e inscalfibile apprezzamento per ciò che sono, anche per ciò che ho vissuto fino adesso, (comprese le difficoltà, i problemi e i cosiddetti sbagli, comprese tutte le situazioni in cui sono incappato, che mi hanno fatto soffrire…tutto il pacco…) una volta visto con gli occhi ripuliti da giudizi e pregiudizi dell’ego e della mente, allora conquisto la capacità di vedere questa bellezza. E allora, una volta lì, anche il resto del mondo mi rimanderà l’immagine della mia bellezza, grandezza e divinità, e mi riproporrà una piacevole percezione di me. Ma dipende da me. Davvero è come dicono i grandi saggi dell’antichità ma anche moderni autori, che ci riportano continuamente alla responsabilità nella scelta della qualità dei nostri pensieri, poiché plasmano la nostra realtà, e la percezione che ne abbiamo. La realtà è come la vediamo, è come la percepiamo, e questo vale in tutte le situazioni, tutte: personali, di lavoro, sentimentali…non si scappa. Tu sei e manifesti ciò che hai dentro, sulla base di ciò che vedi e percepisci, e questo è un buon punto di partenza per rivalutare tutto quanto: l’opinione e la percezione di se stessi, e a cascata anche tutto quello che concerne gli altri.

Elisa Renaldin

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