I momenti di impasse, ovvero: vorrei fare ma non faccio – Parte 2

18 Aprile 2023by Elisa Renaldin

Nella prima parte di questo articolo eravamo rimasti all’esercito di Gengis Khan che da dietro l’orizzonte degli altopiani della Mongolia, scaglia frecce infuocate di giudizi come: “Non fare lo scansafatiche!” “Alza il culo e datti da fare!” “Sei sempre il solito, non concludi una mazza!”.

E ci eravamo detti: esiste un modo diverso per spronarci all’azione, che non sia ripeterci le stesse brutte parole che ci hanno detto da ragazzini e che, abbiamo visto, non servono a un bel nulla?

Sì, un modo c’è, ed è agire su quel fastidio latente, quella sensazione spiacevole di fondo, quel pensiero fisso del “dovrei fare quella cosa”, che risulta tanto fastidioso quanto è il tempo che la rimandiamo. E dopo i giudizi di mamma e papà, arrivano anche gli autogiudizi, a darci la falciata finale.

E dunque quello che vi propongo può sembrare anti-intuitivo, ma serve a darci un attimo di tregua. Sì, perché anche nei campi di battaglia esistono le tregue. Se la nostra mente è terreno di scontro continuo, in un tira e molla tra “dovresti fare questa cosa” e “mannaggia a te che c@zz aspetti a farla”, capite che le energie se ne vanno tutte nel conflitto interno. Se ci prendiamo a cazzotti con le parole, ci facciamo solo del male. Quindi, occorre fare una sorta di reset mentale ed emotivo, cancellare dalla nostra mente le immagini negative e l’opinione compromessa di noi. Darci pace per un momento. Deporre le armi, prenderci cura della nostra interiorità. Se sappiamo che ci farebbe tanto bene essere più attivi fisicamente, o riaprire quel libro, o riprendere quell’attività creativa – e ancora non l’abbiamo fatto – evidentemente c’è qualcosa, dentro di noi, che fa resistenza.

Noi sappiamo benissimo che facendo quelle attività staremo meglio, ma mannaggia la miseria non riusciamo a farle. E’ come se qualcosa o qualcuno ce l’impedisse. E sì….in effetti c’è. Non sto a piegare qui di cosa si tratta, ma possiamo banalmente chiamarlo autosabotaggio, per questa volta (anche se c’è molto più di questo). Allora, per fregare questo meccanismo, dobbiamo spostarci emotivamente da lì, cioè attuare un deciso cambio di rotta, e iniziare a nutrire anziché demolire noi stessi.

Partiamo con la cura e il nutrimento, ovvero concediamoci una pausa, un piacere, uno svago, e perché no, un sano cazzeggio. Serve del tempo per decomprimere tutta la tensione che abbiamo accumulato, creare spazio mentale, rigenerarci un pochino. Senza forzature, senza stress e obblighi: concederci tempo e spazio. In quel sano “vuoto” che si verrà a creare, inizieranno di nuovo a fare capolino pensieri e sentimenti costruttivi che in maniera naturale ci riporteranno verso quelle attività che sappiamo farci tanto bene. E magicamente spariranno le pressioni che avvertivamo prima, quando eravamo pungolati dagli autogiudizi e dalla pressione.

Conosco fin troppo bene questa dinamica per non parlarne, difatti ho anche ideato un percorso ad hoc proprio per fare i conti coi giudizi e congedarli dal quotidiano. Chi vuol saperne di più? Scrivimi che te ne parlo! 😉

Elisa Renaldin

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