L’Accomodamento

12 Novembre 2022by Elisa Renaldin

Oggi mi sono ritrovata ad osservare certe dinamiche di comportamento. Credo che tutti, o quasi, tendiamo a crearci una zona di comfort autoindotta per lenire il senso di mancanza e colmare quel vuoto abissale che avvertiamo da sempre. Così accade che si cominciano a mettere delle basi, e si costruiscano degli elementi di contorno, sempre più stretti e vicini, nella convinzione che rendano la nostra scelta stabile. E’ una sorta di autoconvincimento che la scelta iniziale era giusta, e questi contorni servono a confermarla. Diventiamo in qualche modo “stanziali”, ci sentiamo stabili, avvertiamo la sensazione di esserci finalmente “sistemati”.

Ma la vita è dinamica, non è statica, e se noi non siamo proprio morti dentro, riceviamo dei nuovi input, dei nuovi stimoli – stimoli verso il cambiamento, verso un’evoluzione, verso un’espansione – ma gli elementi di contorno di cui ci siamo circondati, fanno da freno, sono un muro invalicabile perché oltrepassarli significa demolire quanto costruito in precedenza, e soprattutto significa perdere certezze. Ne parlo perché ci sono passata, anni addietro, e ciclicamente mi succede, di dover rimettere in discussione le mie scelte, e questo costa fatica, e lo sforzo che la vita mi richiede per muovermi da lì, pare insostenibile. Se però resto ferma, si avvia un processo di spegnimento interiore, per cui le sicurezze precedenti non sono più fonte di serenità, ma diventano un limite. La vita mi chiama ad esplorare nuovi territori e io mi rifiuto, e la pena da scontare è il ritrovarmi accartocciata su me stessa a tirare a campare.

Allora qual è il dolore più grande? Restare ancorati alle certezze e alle comodità del passato o accogliere l’invito della vita ad esplorare altro? Qua entrano in causa anche coloro che sono accanto a noi, che il più delle volte non comprendono i nostri smottamenti interiori, e non vogliono che noi ci spostiamo, perché significherebbe costringere anche loro a rimettersi in moto. E allora parte un gioco al ribasso per cui ci si trascina verso l’immobilità per non toccare lo status quo. Alla fine si decide di andare dove c’è meno dolore, anche se ciò non significa essere felici. Qualcuno invece spacca gli argini, ma può farlo solamente se la condizione in cui si trovava non era poi così soddisfacente, altrimenti la vita non sarebbe mai andata a bussare alla sua porta. Allora lì c’è una possibilità che si esca dai confini. Come dire: già non stavo bene, la vita mi dà un calcione nel sedere, a sto punto ne approfitto e cavalco l’onda, costi quel che costi.

Forse potremmo evitare tutto questo se lasciassimo sempre una porta aperta per le opportunità, se considerassimo che se noi ci espandiamo interiormente, per forza di cose intorno a noi qualcosa deve cambiare. Non possiamo evolverci e conservare una condizione che fa parte di ciò che eravamo prima. Qualcuno riesce a fare degli adattamenti, che il più delle volte sono un ripiego, e qualcun altro no. Forse dovremmo considerare che è sano e normale, mantenere queste porte aperte, queste opzioni potenziali, queste vie d’uscita. Quanti di noi hanno delle vie d’uscita, in questo momento? E quanti, invece, si sono costruiti attorno una roccaforte inespugnabile, sia dall’esterno che dall’interno? Io credo sia il frutto del nostro mai colmato bisogno di accettazione e stabilità, di certezze, di protezione. E’ un bisogno lecito e normale, ma purtroppo a volte rischia di diventare un impedimento alla propria realizzazione. E’ raro che la vita ci dia certezze, essendo un processo dinamico. Siamo sollecitati di continuo ma il più delle volte decliniamo l’invito. Fino a quando la situazione diventa insostenibile, e lì o ci ammaliamo, o agiamo, pur con tutti i rischi che questo comporta.

E’ per questo che alcuni decidono di lanciarsi in nuove esperienze, imparare qualcosa di nuovo, partecipare a eventi, iscriversi a un corso. E a volte è un corso di teatro. Perché? Perché si sa che, andando lì, si sperimenteranno altre versioni di sé. Molti miei allievi mi dicono che sono attratti dall’idea di “essere qualcun altro”, e questo è molto interessante. C’è una voglia sottesa di spogliarsi dei panni vecchi e di indossarne di nuovi, per trovare lo slancio a fare quel passo al di fuori dall’ordinario, c’è la voglia di sperimentarsi in libertà, per vedere fino a dove si è in grado di arrivare. E in effetti il Teatro consente di esplorare altre versioni di sé, spesso ridando lo slancio o la forza per agire. Ci si riscopre audaci, curiosi, desiderosi di quel cambiamento proposto dall’esistenza, e che…sì, “io sono in grado di” fare quella cosa, superare quell’ostacolo, oltrepassare quel limite…e sganciarmi dai ricatti affettivi.

Non voleva essere un articolo autopromozionale, eh, ma se proprio insistete, vi propongo una via d’uscita: il Piano di evasione dal Recinto Percettivo

La prossima edizione inizia a Marzo 2023, ad Asti.

Elisa Renaldin

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