LifeCome l'aspettativa di un grande risultato ci frega alla grande - Elisa Renaldin

30 settembre 2019by Elisa Renaldin

Ho un sogno spettacolare…

Eccola che appare…è la nostra visione. E’ carica di luce e di intensità, ed è megagalattica. Noi siamo in cima e abbiamo conseguito risultati straordinari, tutti ci ammirano, siamo dei maghi, dei geni, della star. Platee enormi di persone applaudono la nostra grandezza e code infinite di persone attendono di poter parlare con noi. Questo sogno di gloria, naturalmente, prevede un successo internazionale, ma che dico, mondiale! Universale! Con millemila vendite del nostro prodotto e triliardi di followers sui social. Il massimo del massimo del successo decuplicato al quadrato.

Ecco. Così ci siamo scavati una bella fossa con le nostre stesse mani. Ciò significa che non si debba sognare di avere successo? Certo che no, il sogno è lecito, ma bisogna vedere che impatto ha su di noi questa immaginazione.

Sinceramente, per quel che ho visto io in tanti anni di corsi di teatro con centinaia di persone, l’autostima e l’amor proprio non sono esattamente le caratteristiche di cui le menti sono pregne, e le persone sono più indotte a credere di non essere capaci di fare certe cose o di raggiungere certi obiettivi. La mente si divide in due tra un sogno di irraggiungibile grandezza e un eccessivo giudizio sulle proprie reali capacità, che spesso è in grado di paralizzare qualsiasi iniziativa concreta. In sostanza, il mega sogno rimane tale, perché sotto sotto la psiche lo considera assurdo, e noi andiamo avanti arrancando in una realtà insoddisfacente, con molti dubbi sulle effettive chance di cambiare qualcosa. Ma la fregatura potrebbe essere proprio la megalomania che abbiamo messo nel sogno. Proviamo a fare qualche esempio concreto per visualizzare le differenze.

La mia schifosa realtà

Vivo in una vecchia casa ammuffita in periferia, dove si sentono odori e rumori di ogni tipo. Ogni mattina apro le finestre e le mie narici sono invase da insinuanti effluvi dei gas di scarico delle automobili che posso sentire dal balcone della camera da letto. Balcone, oddio…sporgenza atta a sostenere una ringhiera, ecco. Vado in cucina, o meglio, nell’angolo cottura, e prendo il barattolo del caffè per constatare che ogni giorno diventa sempre più umido e ciò che esce dalla moka assomiglia sempre più a un infuso di palude, piuttosto che avere quello straordinario aroma che dovrebbe avere, arrivando dalle cime delle Ande. I preparativi in bagno prevedono degli spostamenti calcolati e millimetrici per non urtare lo spigolo della doccia, lo spigolo del mobiletto, lo spigolo del pensile, lo spigolo della lavatrice. Praticamente un loculo appuntito, ma che dico, una vergine di norimberga con wc. Vado a vestirmi in camera da letto e per aprire l’anta del mobile devo alzare il letto a scomparsa, spostare una sedia, spostare l’asse da stiro, spostare lo stendino, spostare la scarpiera. Esco di casa e raggiungo la mia auto, naturalmente parcheggiata fuori, e noto che c’è una nuova macchia sulla carrozzeria, dato che l’auto è diventata il cesso pubblico dei piccioni di passaggio. Salgo in auto, ci metto quei tot minuti per cercare di accenderla, e parto lasciando dietro di me una scia di fumo che nemmeno i fumogeni da stadio. Mi avvio e resto intrappolata nel traffico in tempo zero. Arrivo in ufficio e mi chiudo in un loculo di un metro quadro davanti a uno schermo, sentendo già l’irritante suono del telefono sulla mia scrivania e su tutte le altre.


Ecco. Se questo è più o meno il quadro generale di vita, il sogno megalomane corrispondente, più o meno sarà questo:

La mia realtà ideale, tié!

Vivo in una villa…ops, pardon. Vivo in una reggia imperiale di 800 metri quadri, situata in un parco di 5000 ettari con piante secolari, dove si sentono profumi di fiori in ogni dove. Ogni mattina apro le imposte di legno di cedro e le finestre di vetro di murano, poggio i miei piedi sulle piastrelle di porcellana e mi avvio sulla terrazza panoramica. Le mie narici sono invase da meravigliose fragranze di natura selvaggia e le mie orecchie si dilettano ascoltando piacevoli cinguettii di rarissimi uccelli che vengono a nidificare proprio nel mio bosco. Vado in cucina, o meglio, nella sala gastronomica, e prendo il barattolo del caffè ultra ermetico per constatare che ogni giorno resta perfettamente aromatico e ciò che esce dalla mia super moka delux d’argento è un piacere per i sensi a tuttotondo. I preparativi nella stanza da bagno prevedono degli spostamenti ampi e leggiadri, avendo a disposizione tutto lo spazio necessario per muovermi agilmente. Posso scegliere se fare una doccia con cromoterapia, se fare un bagno con onde sonore terapeutiche, se fare una sauna finlandese aromatica. Gli ampi specchi aumentano la luce e la sensazione di spazio. S p a z i o. Vado a vestirmi in camera da letto, apro la cabina armadio e faccio due passi, dato che è di 35 metri quadri. Esco di casa e raggiungo la mia auto, naturalmente parcheggiata in un garage triplo riscaldato, e noto che c’è un piccolo alone sulla carrozzeria: l’addetto alla manutenzione che pago profumatamente, non è stato attento e preciso. Salgo in auto, l’accendo con un soffio indirizzandolo sul sensore di fiato, e attraverso il vialetto tempestato di tulipani olandesi. Mi avvio senza emettere il benché minimo rumore, dato l’alto livello tecnologico del mio automezzo. Percorro corsie preferenziali che mi consentono di tagliare tutto il traffico, arrivo nel mio ufficio situato nell’attico di un palazzo di 39 piani. Le enormi finestre panoramiche mi permettono di avere una vista spettacolare sulla città. Mi siedo alla mia scrivania in radica, accendo il mio Mac e inizio a leggere le notifiche dei pagamenti ricevuti. E già fuori dalla porta c’è la coda di persone che chiedono il mio autografo.

Un brusco tonfo

Ecco. Concorderete sul fatto, spero, che passare dalla prima alla seconda condizione richieda un tantinello di cambiamenti un filino decisi. La mente, dopo essersi gongolata in questo sogno straordinario, cosa fa? Ti fa cadere l’occhio sulla cimice che giace stecchita sul pavimento della cucina. E lì hai un ritorno alla realtà leggermente traumatico. Inizi a pensare che, sì, sarebbe fantastico ma francamente è pressoché irrealizzabile. E le stupende sensazioni avute prima mentre sognavi, si tramutano in triste disperazione per la sensazione di mancanza di tutto quello che desideri. Quindi procedi nel tuo meschino lavoro al pc, nel tuo loculo, frastornato dallo squillare dei telefoni.

Come posso passare da una condizione a un’altra?

Questo significa che non si possa sognare o desiderare di avere di meglio? Certo che no, significa solo che bisogna impostare nella nostra mente qualcosa che venga percepito come realizzabile e fattibile. I cambiamenti avvengono un po’ per volta, non di botto. Posso avere una visione di grandezza finale, certo, ma devo prima passare da degli step intermedi. Parlando il linguaggio di Vadim Zeland attraverso la tecnica del Reality Transurfing, si tratta di passare da una linea della vita a un’altra. E’ come se ci fossero delle piste, o dei binari, attraverso cui ci spostiamo per andare da una condizione all’altra. Non è possibile saltare 4 o 5 piste tutte insieme, non è proprio fisicamente realizzabile, perciò occorre attuare uno spostamento alla volta. Pur mantenendo in testa la meta finale, qual è il primo passo che posso fare oggi per iniziare a spostarmi? Da cosa posso iniziare per migliorare la mia condizione? State pur certi che 100 piccoli passi concreti portano lontano, piuttosto che immaginare di volare avanti. Si tratta di pianificare le proprie realizzazioni ideali, trovando un accordo tra le cose pratiche da fare e i pensieri giusti da avere, per far sì che la mente diventi un’alleata e non un nemico. La mente è sempre in agguato a dirci: non ce la farai… datti una calmata e resta coi piedi per terra… guarda dove sei, dove credi di andare? E lo fa per proteggerci, anche se a una prima occhiata sembra che voglia solo denigrarci e farci desistere. Lei vuole difenderci da un fallimento e da una delusione, da una sconfitta e da un dolore. Bisogna scendere a patti e trovare un compromesso. Allora anziché pensare alla reggia imperiale storica situata nel parco naturale patrimonio dell’Unesco, iniziamo da qualcosa che la nostra mente considera raggiungibile. Una casa più spaziosa, per esempio. Oppure se l’obiettivo è legato al lavoro, immaginiamo una graduale ma costante salita, anziché un lancio a razzo. Se voglio che un mio prodotto venga visto o acquistato, posso pormi un obiettivo che non mi crei stress. Perché immaginare di vendere 100.000 copie di un disco o di un libro è bellissimo, ma scattano subito degli allarmi, nella mente. C’è un’aspettativa di successo che genera stress, perché già si affaccia la prospettiva di non riuscirci. E poi partono i dialoghi interni: ma no…ma sarebbe troppo… ma è difficile… magari, però…. E’ una lotta che tiene paralizzati. E così all’idea di vendere “solo” 1000 copie, o all’idea di avere “solo” 1000 persone che apprezzano il nostro lavoro, ci scoraggiamo e non iniziamo neanche l’impresa. Poniamoci un obiettivo raggiungibile a breve, anche piccolo, e pianifichiamo le azioni per arrivare fino a lì. Poi sarà la volta del passo seguente, che ci spingerà un po’ più in là.

Tutto e subito!

Come vedete ci vogliono tempo e pazienza, e spesso sono fattori che non si è disposti ad includere nel programma. Ma intanto il tempo passa e noi siamo ancora fermi. Ve lo dico perché so esattamente come funziona, l’ho vissuto davvero tantissime volte. Mi sono arenata centinaia di volte per dei sogni megagalattici che non trovavo il modo di attuare. Per forza: perché la distanza tra dov’ero e dove volevo arrivare richiedeva del tempo, e non ero disposta ad aspettare, mi sembrava ci volesse un’eternità, e allora ho lasciato cadere nel vuoto un sacco di progetti. Sono tendenzialmente megalomane, quindi le mie visioni includono grandi cose e grandi risultati, perciò da una parte mi esalto, e dall’altra mi scoraggio perché per quanto voglia essere lì e consideri fattibile essere lì, non ho idea di come arrivarci. Allora ho imparato che devo allentare un po’ la spinta al massimo risultato con successo galattico intercontinentale, e iniziare a raggiungere il primo step. Il primo! Prima di mandare i file dei libri ad una casa editrice ci ho messo un anno. Volevo il successo ma avevo paura di non riuscire a entrare nemmeno dalla porta, capite? Un desiderio sfrenato, tarpato dalla paura di non farcela, a causa di un’aspettativa su me stessa troppo alta, unita a un’esigenza di alta prestazione da Wonderwoman. In sostanza avevo paura che il mio mega sogno si frantumasse con una dura e deludente realtà, e così ho rimandato a lungo. Poi sono dovuta scendere a patti con me stessa e mi sono detta: ok, mandiamo questo libro e vediamo se risponde qualcuno. L’interesse c’è stato, qualcuno ha risposto ‘no’, qualcuno ha risposto ‘non ora’, e uno ha risposto ‘sì, mi piace, parliamone’. Bene, il primo step è stato fatto. Adesso devo tenere a bada il mio sfrenato desiderio di vendere un milione di copie. Succederà? Boh, può anche darsi, ma non mi posso fissare su questa singola idea. Il mio obiettivo è che il libro arrivi nelle mani giuste e sia di beneficio a quante più persone possibili. Saranno “solo” 1000? Bene, come primo risultato non c’è male. Magari al secondo giro ampliamo lo spettro e diventano di più. E’ chiaro che ho l’obiettivo di distribuire il libro più che posso, ma devo anche ricordarmi che devo fare un passo alla volta, perciò per venderlo devo pianificare una serie di attività, una dietro l’altra, una collegata all’altra, quindi agire e al contempo mantenere nella testa i giusti pensieri, perché alla fine, pensare correttamente è il primo passo per andare ovunque.

Ah, per la cronaca, il libro si intitola “Riaccenditi!” ed è edito da Anima Edizioni. Puoi vedere di che si tratta a questo LINK

ASCOLTA L’AUDIO

Elisa Renaldin

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